Gesù disse un giorno ai Suoi discepoli: "Rallegratevi
e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli"
o, come dice la versione in lingua corrente: "Siate lieti
e contenti, perché Dio vi ha preparato una grande
ricompensa" (Mt. 5:12).
Un’aspirazione universale. Il
desiderio di essere felici è un’aspirazione congenita del
cuore umano. Potremmo meglio ancora dire che si tratti di un
desiderio che Dio stesso ha impiantato in noi. In ogni caso
questa è la perenne ricerca del cuore umano: ciò che io e voi
cerchiamo, la felicità. Ho investigato questo tema e vorrei
condividerne con voi i risultati. Per i peanuts "La
felicità è un cucciolo caldo", per un altro: "La
felicità è una fetta di vita spalmata di marmellata"
(Bernstein). In modo meno romantico un altro ha detto:
"Siamo su questa terra per cercare la felicità, non per
trovarla" (Colette): è vero questo?
Possiamo affermare con certezza
una cosa: secondo quanto Iddio ci ha rivelato attraverso la
Bibbia, la felicità è la realizzazione ultima dei propositi di
salvezza che Egli ha disposto per la creatura umana, perché la
maggiore realizzazione, lo scopo ultimo, della vita umana è
godere eternamente della comunione con Dio.
Contrariamente a quanto generalmente si
crede, la fede cristiana non è cosa che voglia privare la vita
di ogni piacere e gioia. Si tratta di una concezione falsata,
promossa dalle menzogne di Satana. Certamente la Bibbia denuncia
le gioie illusorie ed ingannevoli che provengono dal peccato, ma
ciò che essa insegna non è nemico della gioia, non c’è
nulla di aspro ed ascetico nella religione biblica.
Pensiamo all’antica festa della Pasqua
ebraica. La cena pasquale comprendeva erbe amare. La loro
presenza doveva inculcare al popolo di Dio il sapore amaro che ha
il peccato in tutte le sue conseguenze. La fede cristiana prevede
che noi si porti la nostra propria croce e si segua Cristo,
però, le erbe amare non è il tutto della cena. L’agnello
arrosto della Pasqua è il piatto forte della festa. Le
celebrazioni pasquali sono una cena, e non un digiuno...
L’Evangelo di Gesù Cristo è buona notizia, non tristi
notizie. Un salmo dice: "Tu m'insegni la via della vita;
vi son gioie a sazietà in tua presenza; alla tua destra vi son
delizie in eterno" (Sl. 16:11). La felicità, o
beatitudine (parole queste del tutto intercambiabili) è l’essenza
stessa della vita cristiana. L’apostolo Paolo scrive:
"Rallegratevi del continuo nel Signore lo ripeto ancora:
Rallegratevi" (Fl. 4:4).
La felicità è una conseguenza
Una cosa però è chiara: la felicità è
un frutto accessorio, una conseguenza, della vita. Lo conferma la
sapienza umana: "La felicità è come il carbone coke, che
si ottiene come sottoprodotto mentre si fabbrica qualche altra
cosa" (A. Huxley). Se la rendiamo l’obiettivo
principale della nostra vita, troveremo che essa ci sfuggirà
sempre, in modo elusivo, come succedeva a quel ragazzo che andava
alla ricerca della leggendaria pentola piena d’oro e che
sapeva trovarsi alla base di un arcobaleno. Possiamo trovare la
base di un arcobaleno? Allo stesso modo, sebbene una delle
principali conseguenze della fede cristiana autentica sia la
felicità, essa non è che il sottoprodotto del nostro dovere
compiuto e del servizio, della giustizia e della santità.
Coloro che la cercano indipendentemente dall’adempimento del
proprio dovere davanti a Dio e del servizio verso di Lui, alla
fine non troveranno altro che disillusione e scontentezza. Come
il volto luminoso di Mosè era conseguenza della sua intima
comunione con Dio sul monte, la felicità è il premio spesso
inatteso dato alla fede ed al servizio. Non a caso il noto
scrittore cristiano C. S. Lewis, volle intitolare la sua
autobiografia: "Sorpreso dalla gioia".
Vi sono varie ricette per ottenere
felicità. Esse possono essere graduate a seconda dell’età.
Un bambino trova la felicità quando si sente amato ed
accettato, quando (almeno per breve tempo) i suoi desideri sono
soddisfatti, nei suoi giocattoli, nei suoi giochi con gli amici,
nei dolci. La gioventù la trova nel divertimento e
nell’eccitazione, la cerca nel sesso o ballando su una pista
da ballo o in discoteca. L’uomo in un lavoro sicuro e
ben pagato, in una casa, nei suoi hobby. L’anziano,
con limitazioni sempre più pronunciate di carattere fisico e
spesso anche mentale, non trova molto davanti a sé che possa
dargli gioia, se limita le sue prospettive a questo mondo. Quando
il re Davide volle onorare l’anziano Barzillai per
l’aiuto e l’appoggio che gli aveva dato, gli disse:
"Vieni con me oltre il fiume; io provvederò al tuo
sostentamento a casa mia, a Gerusalemme". Barzillai, però,
saggiamente rispose: "Troppo pochi sono gli anni che mi
restano da vivere perché io salga con il re a Gerusalemme.
Adesso ho ottant'anni. Non posso discernere ciò che è buono da
ciò che è cattivo. Non posso più assaporare ciò che mangio o
ciò che bevo. Non posso più udire la voce dei cantanti e delle
cantanti. Perché dunque il tuo servo sarebbe di peso al re mio
signore?" (2 Sa. 19:34,35).
Dobbiamo ovviamente rivolgere altrove il
nostro sguardo per trovare gli ingredienti di una felicità autentica e durevole. A queste ricette per la felicità manca un
ingrediente, o piuttosto, hanno ingredienti sbagliati. Questi
tipi di gioia possono dare soddisfazioni temporanee, possono
svagarci un poco, ma non possono veramente soddisfare. Ci
manca un ingrediente, l’ingrediente spirituale. Se si
lascia Dio fuori dal conto non si potrà mai trovare vera
felicità.
La divina ricetta
La Bibbia ci dà indicazioni preziose ed
uniche a questo riguardo. La felicità, o beatitudine, comincia
sempre con Dio. Si cita spesso, a questo riguardo, una frase del
grande teologo del IV secolo, S. Agostino, nella prima pagina
delle sue "Confessioni", frase che non dovremmo
stancarci di ripetere per la profonda verità che contiene:
"Tu sei che lo chiami in maniera che goda nel lodarti,
perché ci hai creati per te e inquieto è il cuor nostro,
finché non si riposa in te". Un commento dice così:
"Nulla soddisfa a pieno il cuore umano; solo Dio appaga e
riempie l’anima. Questo è il segno che una scintilla divina
brilla in noi; infatti è insopprimibile l’esigenza dello
spirito che tende sempre a riunire la misera creatura al
Creatore, l’uomo a Dio… è il grido del mondo: mentre
troppi uomini vivono nell’irrequietezza, stanchi della vita
perché lontani da Dio". Nessun uomo, donna, o bambino
è felice, veramente felice, se lascia fuori Dio, che non abbia
spazio per Cristo nella casa della sua anima.
L’antico Israele veniva proclamato
beato perché Dio era nel loro mezzo e faceva esperienza dei Suoi
doni di grazia: "Te beato, Israele! Chi è pari a te, popolo
salvato dal SIGNORE? Egli è lo scudo che ti protegge, e la spada
che ti fa trionfare" (De. 33:29).
La felicità si fonda sulla
riconciliazione con Dio
Per l’essere umano che senta, come
dovrebbe, tutto il peso del peccato che lo separa da Dio, uno
degli ingredienti principali della felicità è il perdono. Nessuno
può essere felice se non è in pace con Dio. Un uomo onesto
che sfortunatamente sia caduto in molti debiti non avrà pace
fintanto che quel debito non è saldato. Noi non possiamo essere
felici ed al tempo stesso in debito verso la Legge di Dio, non
avremo mai pace fintanto che verso Dio tutto non sia a posto.
Quanti sensi di colpa ci tormenteranno fintanto che non lo
faremo! Per questo il Salmista scrive: "Beato colui la
cui trasgressione è perdonata, il cui peccato è coperto! Beato
l'uomo a cui l'Eterno non imputa l'iniquità, e nel cui spirito
non c'è inganno" (Sl. 32:1,2).
Lo scrittore John Bunyan, nel suo libro
allegorico "Il pellegrinaggio del cristiano"
rappresenta la condizione umana come quella di un uomo aggravato
dal senso di colpa, il quale trova sollievo solo quando depone il
suo fardello ai piedi della croce di Cristo. Ascoltate:
"Giunse così ad una
salita. Li stava una Croce ed un po’ più in giù un
sepolcro. Vidi allora che appena Cristiano giunse alla Croce,
il fardello cadde dalle sue spalle e cominciò a rotolare
giù fin dentro il sepolcro, e poi non lo vide più.
Cristiano, allora, tutto felice e contento, disse:
‘M’ha dato riposo mediante il Suo dolore e la vita
mediante la Sua morte’. Si fermò un poco, ancora
sorpreso per quanto era avvenuto; infatti ancora non riusciva
a capire come mai la sola vista della Croce avesse potuto
liberarlo dal suo peso… Nel frattempo si fecero avanti
tre esseri splendenti che lo salutarono dicendo: ‘Pace a
te!’. Il primo gli disse: ‘I tuoi peccati sono
stati perdonati’. Il secondo gli tolse gli stracci di
dosso e lo rivestì di un abito nuovo. Il terzo gli fece un
segno sulla fronte… Allora Cristiano cantò così:
‘Qui sono infine giunto, sotto il peso del mio peccato,
capace nessun fin ora è stato, di liberarmi. Che luogo è
dunque questo? Forse della felicità l’inizio? Libero
sono del fardello e delle corde! Benedetta Croce! Sepolcro
benedetto! Ma benedetto ancor più sia Colui che per me patì
vergogna!".
Per il peccatore la felicità comincia con
il perdono, e non solo perdono, ma giustificazione.
L’uomo perdonato vede il suo debito cancellato, ma rimane
povero. Non ha un solo centesimo a nome suo. Il peccatore
giustificato, attraverso l’opera meritoria di Cristo che gli
viene accreditata, è diventato milionario! Sul suo conto
sono state depositate le indicibili ricchezze di giustizia di
Cristo. Non sarà mai più povero.
Lo stesso John Bunyan parlando della
personale sua esperienza, disse: "E’ stata per me
una scoperta meravigliosa comprendere la ricchezza della grazia
che Dio aveva in serbo per me. Noi andiamo in giro con pochi
spiccioli nel borsellino e ci vantiamo come se fossero gran cosa,
mentre a casa c’è un baule pieno d’oro che noi del
tutto ignoriamo! In Cristo, il mio Signore e Salvatore ho trovato
tutto: la mia sapienza, la mia giustizia, la mia soddisfazione e
la mia redenzione". Scoprire tutto questo è fonte di
grandissima gioia.
La felicità è connessa con la mancanza di egoismo
Un altro ingrediente indispensabile nella
vera felicità è la mancanza di egoismo nel nostro
comportamento. Certo è un modo negativo di esprimere questo, ma
noi pure viviamo in un mondo piuttosto negativo. La virtù
positiva, naturalmente, è l’amore. Nessun uomo che sia
privo di amore potrebbe mai sperare di essere veramente felice.
L’uomo egoista ha un insaziabile appetito a cui provvedere.
Come dice la Scrittura: "La sanguisuga ha due figlie che
dicono: "Dammi, dammi!" Ci sono tre cose che non
saziano mai, anzi quattro, che non dicono mai:
"Basta!". Il soggiorno dei morti, il grembo sterile, la
terra che non si sazia d'acqua, e il fuoco che non dice mai:
"Basta!"’ (Pr. 30:15,16). L’egoismo
divora la felicità, consuma sé stesso in un orribile modo
cannibalistico! L’amore, però, non pensa a sé stesso,
pensa agli altri, serve gli altri, soffre per gli altri …e
la felicità giunge come un vantaggio accessorio. Il nostro
esempio in questo, come per molte altre cose, è Gesù stesso.
Uomo di dolori, si, ma paradossalmente non poteva certo dirsi un
uomo infelice. Era la Sua gioia fare la volontà di Dio Padre e
di salvare il Suo popolo secondo quella Sua volontà. Egli amava
Dio Padre. Egli amava i Suoi che erano nel mondo e sapeva che
cosa fosse la felicità. Possiamo seguire così le sue orme e
adempiere al Suo nuovo comandamento di amarci l’un
l’altro. "La felicità è una merce meravigliosa:
più se ne dà, più se ne ha" (Pascal).
La felicità dipende da una vita cristiana coerente
La felicità, poi, è connessa ad una
vita cristiana coerente. Il primo Salmo lo mette in chiara
evidenza: "Beato l'uomo che non cammina nel consiglio
degli empi, non si ferma nella via dei peccatori e non si siede
in compagnia degli schernitori, ma il cui diletto è nella legge
dell'Eterno, e sulla sua legge medita giorno e notte"
(Sl. 1:1,2). E’ vero che noi non possiamo guadagnarci la
salvezza osservando la Legge di Dio, ma certamente siamo salvati per
poter osservare la Legge di Dio. Per chi cercava salvezza
presso Dio cercando di osservare in modo sempre più zelante la
legge di Dio, e non riuscendo mai completamente a farlo, è un
grande sollievo quando l’Evangelo ci dice che siamo salvati
per la grazia di Dio in Gesù Cristo mediante la fede.. Il
credente però, salvato per grazia, troverà essere fonte di
gioia seguire ciò che Dio ci ha comandato. "Fammi
camminare nella via dei tuoi comandamenti, perché in essa trovo
il mio diletto… la tua legge è il mio diletto… Se la
tua legge non fosse stata il mio diletto, sarei già perito nella
mia afflizione… Angoscia e affanno mi hanno colto, ma i tuoi
comandamenti sono la mia gioia" (Sl. 119:35,77,92,143).
La fedeltà alla via indicata da Dio, per
quanto difficile possa essere, è sempre quella che alla fine ci
procura felicità ultima. Nel "Pellegrinaggio del
Cristiano" troviamo ad un certo punto il nostro eroe con il
suo compagno di strada che cominciano a sentirsi stanchi e
scoraggiati. "Avrebbero voluto che la via fosse
migliore". Ecco però che vedono al lato dell’aspro
sentiero un bellissimo prato con un cammino più facile. Sembra
costeggiare la strada maestra, e Cristiano viene persuaso a
prendere quella che pare una scorciatoia. Vengono però ben
presto portati lontano dalla giusta direzione e finiscono nel
Castello del Dubbio del Gigante disperazione. E’ solo per grazia di Dio che riusciranno a fuggirne, solo dopo molte
sofferenze. Dobbiamo poter dire con il Salmista: " I
miei passi sono rimasti fermi nei tuoi sentieri e i miei piedi
non hanno vacillato" (Sl. 17:5).
La felicità e la croce della salvezza
Gli ultimi ingredienti della felicità
autentica che desidero menzionare, a prima vista potrebbero
apparire del tutto paradossali. Le caratteristiche dell’uomo
felice o beato vengono presentate dal Signore nell’apertura
del grande sermone che Egli rivolge ai Suoi discepoli: il Sermone
sul Monte. Gesù dichiara beati, o felici, i poveri in
spirito, coloro che fanno cordoglio, i mansueti, coloro che sono
affamati ed assetati di giustizia, i misericordiosi, i puri di
cuore, coloro che si adoperano per la pace, coloro che sono
perseguitati a causa della giustizia, insultati e perseguitati.
E’ strano perché tutto questo sembra militare
oggettivamente contro la gioia e la felicità, infatti
proprio questo cerchiamo di evitare con tutto noi stessi.
Secondo il Signore e Salvatore Gesù
Cristo, però, non è così. E’ questo a dare sapore al
pasto, come il sale e l’aceto. E’ vero, sale ed aceto
solamente non costituiscono un pranzo, come le erbe amare da sole
non sono la Cena pasquale. Gesù però dice: "Beati i
poveri… beati coloro che fanno cordoglio… beati i
mansueti… Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio
è grande nei cieli" (Mt. 5:12). Tutto questo ci può
sembrare strano, assurdo. Ascoltate però questo:
Se sembra che i poveri in
spirito non siano beati, provate a chiedervi se siano invece
beati gli arroganti nello spirito. Dite che coloro che fanno
cordoglio non siano beati? Beh, chiedetevi se sia davvero
felice quell’uomo che non conosca nessuna delle
afflizioni di questo mondo. E’ forse l’uomo la cui
vita non sa e non vuole sapere nulla delle sofferenze dei
bambini e dei poveri di questo mondo? Dite che non suona bene
dichiarare che i mansueti sono felici. Forse che lo sono gli
orgogliosi? E’ forse felice colui che vuol sempre e solo
difendere i suoi diritti, cercando di imporre la sua volontà
contro tutto e tutti? Dite forse che l’uomo privo di
passione per la giustizia sia felice? Si? E’ felice
l’uomo che non si preoccupa affatto della giustizia? I
misericordiosi non sarebbero felici? Felice è forse
l’avaro chiuso in sé stesso nella sua sufficiente
grettezza? Felice è forse chi è privo di compassione, pieno
di amarezza?!".
Beati i perseguitati? Eppure questo era
stato esemplificato dai primi cristiani, perseguitati a causa
dell’Evangelo. Degli apostoli, oltraggiati e perseguitati,
la Scrittura afferma: "Così essi si allontanarono dal
sinedrio, rallegrandosi di essere stati ritenuti degni di essere
vituperati per il nome di Gesù" (At. 5:41). Paolo e
Sila non solo pregavano, ma cantavano quando sedevano in quella
prigione con la schiena dolente e sanguinante per le frustate
ricevute e con i piedi nei cappi (At. 16:25). Altri prigionieri
li udivano meravigliati, ma essi ripetevano semplicemente
l’esperienza dell’"uomo di dolori" stesso
(sebbene non in modo penale ed espiatorio), il quale pure è
l’uomo della gioia! E’ così che il credente cristiano
impara a "gloriarsi delle sue debolezze" (2 Co.
12:9), a "vantarsi anche delle afflizioni" (Ro.
5:3). Egli conosce il segreto della gioia proprio nel mezzo delle
afflizioni, non dopo che esse sono terminate. Se però il
credente conosce il segreto della gioia nel mezzo delle
afflizioni, quanto maggiore sarà la sua gioia dopo che esse
saranno terminate!
Conclusione
La felicità? Non è un’impossibilità
nemmeno in un mondo dove molti pure dicono insieme con Giobbe:"l'uomo
nasce per soffrire, come la favilla per volare in alto"
(Gb. 5:7). Essa diventa una realtà per coloro che sono in Cristo
riconciliati con Dio mediante il Suo sangue, sono conservati
dalla Sua grazia, per tutti coloro che vivono nella fede in
Cristo Gesù e sono ubbidienti alla visione celeste! Un giorno,
preannunciando la Sua prossima partenza, i discepoli si erano
rattristati, ma Lui aveva loro detto:"Così anche voi
ora siete nel dolore, ma io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore
si rallegrerà, e nessuno vi toglierà la vostra gioia "(Gv.
16:22). Che voi possiate essere fra questi! I discepoli di Gesù
trovano in Lui la loro gioia.
"È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recar gioia,
ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di
giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa."
Predicato in un discorso pubblico a Boston, l’8
Luglio 1731, e pubblicato per desiderio di vari ministri ed altri che lo ascoltarono; è la prima pubblicazione di Edwards, ed oggi è
contenuta in: Jonathan Edwards, The Works of Jonathan Edwards,
vol. 2.
"Affinché nessuna carne si glori alla sua
presenza. Ora grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale da Dio è
stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione,
affinché, come sta scritto: «Chi si gloria, si glori nel Signore»."(1 Corinzi 1:29-31)
Quei cristiani a cui l’apostolo diresse questa
epistola, dimoravano in una parte del mondo dove la sapienza umana
godeva di una grande reputazione; come l’apostolo osserva al verso 22 di
questo capitolo, "i Greci cercano sapienza." Corinto non era lontana da
Atene, che per molto tempo era stata la più famosa sede della filosofia
e dell’apprendimento del mondo. L’apostolo quindi fa loro osservare come
Dio attraverso il vangelo ha distrutto e ridotto al niente la loro
sapienza. I sapienti Greci e i loro grandi filosofi, con tutta la loro
sapienza non avevano conosciuto Dio, non erano stati capaci di scoprire
la verità concernente le cose divine. Ma, dopo che essi ebbero fatto
tutto quanto era in loro potere senza ottenere alcun risultato, piacque
a Dio di rivelarsi ampiamente attraverso il vangelo, che loro ritenevano
follia. Dio "ha scelto le cose stolte del mondo per svergognare le
savie; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le
forti; e Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose spregevoli e
le cose che non sono per ridurre al niente quelle che sono". E nel testo
l’apostolo li informa riguardo al perché egli ha fatto così: "perché
nessuna carne si glori in sua presenza," ecc.; in queste parole può
essere osservato:
A cosa Dio mira nella disposizione delle cose nell’ambito della
redenzione, ovvero a che l’uomo non si glori in se stesso, ma solo
in Dio, 1 Corinzi 1:29,31: "Affinché nessuna carne
si glori alla sua presenza, come sta scritto: «Chi si gloria, si
glori nel Signore»."
In che modo è ottenuto questo fine nell’opera della redenzione,
ovvero attraverso un’assoluta ed immediata dipendenza da Dio, da
parte degli uomini, nell’opera di redenzione, per ogni loro bene.
Primo, tutto il bene che essi hanno è in ed attraverso Cristo; Egli "è stato fatto per noi sapienza, giustizia,
santificazione e redenzione." L’intero bene della creatura caduta e
redenta è costituito da queste quattro cose, e non può esser meglio
distribuito che in esse; ma Cristo è ognuna di esse per noi, e noi non
abbiamo nessuna di esse se non che in lui. Egli "da Dio è stato fatto
per noi sapienza:" in lui è tutto il vero bene e la vera eccellenza
dell’intendimento. La sapienza era una cosa che i Greci ammiravano, ma
Cristo è la vera luce del mondo; è attraverso lui soltanto che la vera
sapienza è impartita alla mente. E’ in e per mezzo di Cristo che abbiamo
la "giustizia:" è essendo in lui che siamo giustificati, abbiamo i
nostri peccati perdonati, e siamo ricevuti come giusti nel favore di
Dio. E’ per mezzo di Cristo che abbiamo la "santificazione:" abbiamo in
lui la vera eccellenza di cuore e di intendimento, e lui è stato fatto
per noi giustizia inerente come anche imputata. E’ per mezzo di Cristo
che noi abbiamo la "redenzione," o la reale liberazione da ogni miseria,
e il conferimento di ogni felicità e gloria. Quindi noi abbiamo tutto il
nostro bene per mezzo di Cristo, che è Dio.
Secondo, un’altra istanza in cui appare la nostra
dipendenza da Dio per ogni nostro bene, è questa: che è Dio che ci ha
dato Cristo, così che noi potessimo ricevere questi benefici attraverso
di lui; egli "da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia,
santificazione e redenzione."
Terzo, è grazie a lui che noi siamo in Cristo
Gesù, e che giungiamo ad avere un interesse per lui, e che, in questo
modo, riceviamo quelle benedizioni che egli è stato fatto per noi. E’
Dio che ci dà la fede, per mezzo della quale noi ci accostiamo a Cristo.
Questo verso, dunque, mostra la nostra dipendenza da ogni persona nella
Trinità per ogni nostro bene. Siamo dipendenti da Cristo il Figlio di
Dio, poiché egli è la nostra sapienza, giustizia, santificazione, e
redenzione. Siamo dipendenti dal Padre, che ci ha dato Cristo, e lo ha
reso tali cose per noi. Siamo dipendenti dallo Spirito Santo, perché
"grazie a lui siamo in Cristo Gesù:" è lo Spirito di Dio che dona fede
in Cristo, per mezzo della quale noi lo riceviamo, e ci accostiamo a
lui.
Dottrina
"Dio è glorificato nell’opera di redenzione in
questo, che, in essa, la dipendenza del redento da lui, appare assoluta
ed universale."
Qui mi propongo di mostrare,
che c’è un’assoluta ed universale dipendenza dei redenti da Dio
per ogni loro bene, e,
che, per questo, Dio soltanto è esaltato e glorificato
nell’opera di redenzione.
I. C’è un’assoluta ed universale dipendenza dei redenti da Dio. La
natura e il meccanismo della nostra redenzione sono tali che i redenti
dipendono da Dio in ogni cosa in modo diretto, immediato, e totale: essi
sono dipendenti da lui per tutto, e in ogni modo.
Gli svariati tipi di dipendenza da parte di un essere
da un altro per il suo bene, e in cui i redenti di Gesù Cristo dipendono
da Dio per tutto il loro bene, sono questi: essi hanno ogni loro bene
da lui, per mezzo di lui, e in lui: egli, cioè, è la
causa e l’origine da cui proviene ogni loro bene, e per questo esso
è da lui; egli è il mezzo attraverso cui il loro bene è
ottenuto e conferito, e dunque lo hanno per mezzo
di lui; egli è il bene stesso dato ed impartito, e dunque
esso è in lui. Ora, quelli che sono redenti da Gesù Cristo, per
ognuna di queste cose, riguardo ad ognuno di questi aspetti della
redenzione, dipendono da Dio in modo molto diretto e completo.
Primo, i redenti hanno ogni loro bene da
Dio. Dio è il grande autore d’esso. Egli è la prima causa
d’esso, e non solo: egli è la sola vera causa. E’ da Dio che
abbiamo il nostro Redentore. E’ Dio che ha provveduto un Salvatore per
noi. Gesù Cristo è da Dio non soltanto per quanto concerne la sua
persona, poiché egli è l’unigenito Figlio di Dio, ma egli è da Dio per
quanto concerne noi in relazione con lui ed il suo ufficio di Mediatore.
Egli è il dono di Dio a noi: Dio lo scelse e lo unse, gli assegnò la sua
opera, e lo mandò nel mondo. E come è Dio che dà, così è Dio che
accetta il Salvatore. Egli dà colui che acquista, ed egli procura
ciò che è acquistato. E’ grazie a Dio che Cristo diviene nostro, che noi
siamo portati a lui, e che siamo uniti a lui (I Corinzi 1:30). E’ da Dio
che noi riceviamo fede per accostarci a lui, che noi possiamo avere un
interesse per lui, Efesini 2:8: "Voi infatti siete stati salvati per
grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio." E’
da Dio che noi riceviamo tutti i benefici che Cristo ha acquistato. E’
Dio che perdona e giustifica, e libera dallo scendere all’inferno; e nel suo favore i redenti sono ricevuti, perché vengono giustificati. Così è
Dio che ci libera dal dominio del peccato, ci pulisce dal nostro
sudiciume e trasforma la nostra deformità. E’ da Dio che i redenti
ricevono ogni vera eccellenza, sapienza, e santità; e ciò in due modi:
lo Spirito, per mezzo del quale queste cose sono immediatamente
prodotte, è da Dio, procede da lui, ed è mandato da lui; lo Spirito
Santo stesso è Dio, tramite le cui operazioni e il cui dimorare nei
santi sono conferite e mantenute la conoscenza di Dio e delle cose
divine, una santa disposizione, e ogni grazia. Ed anche se nel conferire
grazia alle anime degli uomini è fatto uso di mezzi, tuttavia è da Dio
che noi abbiamo questi mezzi di grazia, ed è lui che li rende efficaci.
E’ da Dio che noi abbiamo le Sacre Scritture; esse sono la sua parola.
E’ da Dio che abbiamo ordinanze, e la loro efficacia dipende
dall’immediata influenza del suo Spirito. I ministri del vangelo sono
mandati da Dio, e tutta la loro sufficienza viene da lui, 2 Corinzi
4:7: "Or noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché
l'eccellenza di questa potenza sia di Dio e non da noi." Il loro
successo dipende interamente ed assolutamente dall’immediata benedizione
ed influenza di Dio.
1. I redenti hanno tutto dalla graziadi Dio.
Fu per pura grazia che Dio ci diede il suo unigenito Figlio. La grazia è
grande in proporzione all’eccellenza di ciò che è dato. Il dono fu
infinitamente prezioso, perché era una persona infinitamente degna, una
persona di infinita gloria; ed anche perchè era una persona
infinitamente vicina e cara a Dio. La grazia è grande in proporzione al
beneficio che egli ci ha dato in lui. Il beneficio è doppiamente
infinito, per il fatto che in lui abbiamo liberazione da un’infinita,
poiché eterna, miseria, e anche perché riceviamo eterna gioia e gloria.
La grazia nel dare questo dono è grande in proporzione alla nostra
indegnità nel riceverlo; invece di meritare tale dono, noi meritavamo
infinitamente il male dalla mano di Dio. La grazia è grande rispetto
alla maniera in cui è data, o in proporzione all’umiliazione e al costo
del mezzo con cui fu creata una strada affinchè avessimo il dono. Egli
lo diede per dimorare in mezzo a noi, lo diede a noi incarnato, nella
nostra natura, e nelle stesse infermità, ma privo di peccato. Egli lo
diede a noi in una condizione bassa e nell’afflizione; e non soltanto
questo, ma come vittima, così che egli potesse essere una pasqua per le
nostre anime.
La grazia di Dio nel conferire questo dono è
liberissima. Era ciò che Dio non aveva alcun obbligo di dare. Egli
avrebbe potuto rigettare l’uomo caduto, come fece con gli angeli
decaduti. Era ciò che non abbiamo fatto niente per meritare; fu dato
mentre noi eravamo ancora nemici, e perfino prima ancora che ci fossimo
ravveduti. Fu dall’amore di Dio che non vide in noi alcun eccellenza che
lo attraesse, e fu senza aspettarsi di essere ripagato per esso. Ed è
per pura grazia che i benefici di Cristo sono applicati a tali e tal
altre particolari persone. Quelli che sono chiamati e santificati devono
attribuirlo solo al beneplacito della bontà di Dio, per il quale essi si
distinguono. Egli è sovrano, ed ha misericordia di chi ha misericordia.
L’uomo ha ora una più grande dipendenza dalla grazia
di Dio di quanto ne avesse prima della caduta. Egli dipende dalla libera
bontà di Dio molto più di allora. Allora egli dipendeva dalla bontà di
Dio per il conferimento del premio per la perfetta ubbidienza; Dio non
era obbligato a promettere e conferire quel premio. Ma ora noi siamo dipendenti dalla grazia di Dio per molto di più;
abbiamo necessità di ricevere grazia, non solo per mettere su di noi la
sua gloria, ma per liberarci dall’inferno e dall’ira eterna. Sotto il
primo patto noi dipendevamo dalla bontà di Dio perché ci fosse data la
ricompensa della giustizia, e così anche ora: ma ora abbiamo necessità
della libera e sovrana grazia di Dio che ci dia quella giustizia, che
perdoni il nostro peccato, e ci affranchi dalla colpa e dall’infinito
demerito dovuto ad essa. E poiché dipendiamo dalla bontà di Dio più ora
che sotto il primo patto, così siamo dipendenti da una più grande, più
libera e meravigliosa bontà. Noi siamo ora più dipendenti
dall’arbitrario e sovrano beneplacito di Dio. Nella nostra condizione
originaria dipendevamo da Dio per la santità. Avevamo la nostra
originale giustizia da lui; ma allora la santità non era donata secondo
un tale beneplacito sovrano, come è ora. L’uomo fu creato santo, perchè
Dio creò sante tutte le sue creature razionali. Sarebbe stato un
discredito per la santità della sua natura, se egli avesse creato non
santa una creatura intelligente. Ma ora, quando l’uomo caduto è reso
santo, è per pura ed arbitraria grazia; Dio può negare per sempre la
santità alla creatura caduta se così gli piace, senza alcun discredito
per alcuna delle sue perfezioni. E noi siamo non solo davvero più
dipendenti dalla sua grazia, ma la nostra dipendenza è molto più
cospicua, perché la nostra propria inerente insufficienza ed impotenza è
molto più evidente, nel nostro stato decaduto e disfatto, che quando lo
fosse prima di essere contaminati dal peccato e miserabili. Noi
dipendiamo da Dio per la santità in modo più apparente, perché siamo
dapprima in uno stato di peccato, e completamente contaminati, e poi
santi. Così la produzione dell’effetto è percepibile, e la sua
derivazione da Dio più ovvia. Se l’uomo si fosse conservato sempre
santo, non sarebbe stato così apparente che la santità non è una qualità
necessariamente inseparabile dalla natura umana. Così invece dipendiamo
dalla libera grazia del favore di Dio in modo più apparente, perché
siamo dapprima, e giustamente, gli oggetti del suo dispiacere, e in
secondo luogo siamo ricevuti nel suo favore. Dipendiamo da Dio per la
felicità, perché davvero siamo senza alcun tipo di eccellenza da poter
meritare qualcosa, se ci può essere qualcosa come un merito
nell’eccellenza di una creatura. E noi siamo non solo senza alcuna vera
eccellenza, ma pieni di ciò che è infinitamente odioso, del tutto
lordati da esso. Tutto il nostro bene è da Dio in un modo più apparente,
perché siamo dapprima nudi e del tutto senza alcun bene, e poi
arricchiti di ogni bene.
2. Noi riceviamo tutto dalla potenza di Dio. La
redenzione dell’uomo è spesso descritta come un’opera di
meravigliosa potenza oltre che di grazia. La grande potenza
di Dio appare nel portare un peccatore dal suo spregevole
stato, dalle profondità del peccato e della miseria, ad un
tale stato esaltato di santità e felicità. Efesini 1:19: "e
qual è
la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi
che crediamo secondo l'efficacia della forza della sua
potenza". Dipendiamo dalla potenza di Dio in ogni passo
della nostra redenzione. Dipendiamo dalla potenza di Dio che
ci converte, e ci dà fede in Gesù Cristo, e la nuova natura.
E’ un’opera di creazione: "Se dunque uno è in Cristo, egli
è una nuova creatura," 2 Corinzi 5:17. "Noi infatti siamo
opera sua, creati in Cristo Gesù," Efesini 2:10. La creatura
caduta, non può ottenere la vera santità, se non essendo
creata di nuovo. Efesini 4:24: "e per essere rivestiti
dell'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e
santità della verità." E’ un risuscitare dai morti,
Colossesi 2:12: "in lui siete anche stati insieme
risuscitati, mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha
risuscitato dai morti." Sì, è un’opera più gloriosa di una
mera creazione, o del risuscitare un corpo morto, poiché
l’effetto ottenuto è più grande e più eccellente. Quel santo
e felice essere, e la vita spirituale, che è prodotta
nell’opera di conversione, sono di gran lunga un più grande
e più glorioso effetto, che un mero esistere, o essere in
vita. E lo stato dal quale è operato il cambiamento—una
morte nel peccato, una totale corruzione della natura ed una
profonda miseria—è di gran lunga più remoto dallo stato
ottenuto, di quanto non lo sia la mera morte o la
non-esistenza. E’ per la potenza di Dio, inoltre, che siamo
preservati in uno stato di grazia. 1 Pietro 1:5: "che dalla
potenza di Dio mediante la fede siete custoditi, per la
salvezza …"Come la grazia è da Dio all’inizio, così lo è
continuamente, ed è mantenuta da lui, nella stessa misura in
cui la luce nell’atmosfera proviene dal sole durante tutto
il giorno, dall’alba al tramonto. Gli uomini dipendono dalla
potenza di Dio per ogni esercizio di grazia, e per portare
avanti quell’opera nel cuore, per sottomettere il peccato e
la corruzione, per sviluppare principi santi, e per essere
in grado di portare frutto nelle buone opere. L’uomo dipende
dalla potenza divina nel portare la grazia alla sua
perfezione, nel rendere l’anima completamente amabile, a
gloriosa somiglianza di Cristo, e riempirla di gioia,
portandola ad uno stato di soddisfacente benedizione; così
anche per la risurrezione del corpo alla vita, e ad uno
stato di tale perfezione che sarà adatto per abitarvi, in
modo da essere uno strumento per un’anima così perfezionata
e benedetta. Questi sono i più gloriosi effetti della
potenza di Dio, che sono visti nella serie degli atti di Dio
nei confronti delle creature. L’uomo era dipendente dalla
potenza di Dio nella sua condizione primitiva, ma ora lo è
maggiormente; egli ha bisogno che la potenza di Dio faccia
più cose per lui, e dipende da un più meraviglioso esercizio
di questa potenza.
Fu l’effetto della potenza di Dio a rendere l’uomo
santo all’inizio: ma ora è più rimarcabilmente così, perché c’è grande
opposizione e difficoltà lungo la strada. E’ un più glorioso effetto
della sua potenza il rendere santo ciò che era così depravato, e sotto
il dominio del peccato, che quello di conferire santità a ciò che prima
non aveva in sé niente che vi si opponesse. E’ una più gloriosa opera di
potenza il riscattare un’anima dalle mani del diavolo, e dalle potenze
delle tenebre, e portarla in uno stato di salvezza, che conferire
santità dove non c’era una pre-possessione od opposizione. Luca
11:21,22: "Quando l'uomo forte, ben armato, custodisce la sua casa, i
suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo
vince, questi gli toglie l'armatura nella quale confidava e ne divide le
sue spoglie." Così è una più gloriosa opera di potenza il mantenere
un’anima in uno stato di grazia e santità, e portarla avanti fino a che
essa sia condotta alla gloria, quando c’è così tanto peccato rimanente
nel cuore che resiste, e Satana con tutta la sua potenza che si oppone,
di quanto lo sarebbe stato trattenere l’uomo dal cadere all’inizio,
quando Satana non aveva niente nell’uomo che gli fosse complice. Abbiamo
mostrato quindi come i redenti dipendono da Dio per ogni loro bene,
poiché lo hanno interamente da lui.
Secondo, essi dipendono da Dio per tutto, anche
perché hanno tutto per mezzo di lui. Dio è il mezzo, come
l’autore e la fonte, del loro bene. Tutto ciò che abbiamo: sapienza,
perdono dei peccati, liberazione dall’inferno, accettazione nel favore
di Dio, grazia e santità, profondo conforto e felicità, vita eterna e
gloria, è da Dio attraverso un Mediatore, e questo Mediatore è Dio; e da
questo Mediatore abbiamo un’assoluta dipendenza, come da colui
attraverso il quale riceviamo ogni cosa. Qui abbiamo un altro modo in
cui dipendiamo da Dio per ogni bene. Dio non solo ci dà il Mediatore, ed
accetta la sua mediazione, e per la sua potenza e grazia ci dona le cose
acquistate dal Mediatore, ma il Mediatore è Dio stesso.
Le nostre benedizioni le abbiamo perché ci sono state
acquistate, e l’acquisto è stato fatto da Dio, le benedizioni sono state
acquistate da lui, e Dio dà colui che acquista; e non solo questo, ma
Dio è colui che acquista. Sì, Dio è sia l’acquirente che il prezzo,
perché Cristo, che è Dio, acquistò queste benedizioni per noi, offrendo
se stesso come prezzo della nostra salvezza. Egli acquistò la vita
eterna col sacrificio di se stesso, Ebrei 7:27: "offerse se stesso."
Ebrei 9:26: "Cristo è stato manifestato per annullare il peccato
mediante il sacrificio di se stesso." In verità fu la natura ad essere
offerta, ma era la natura di una persona che nel medesimo tempo, nella
sua umanità, era anche divina, e quindi fu pagato un prezzo infinito.
Come dunque abbiamo il nostro bene per mezzo di Dio,
abbiamo una dipendenza da lui in un senso in cui l’uomo nella sua
condizione originaria non aveva. L’uomo doveva avere la vita eterna
attraverso la sua propria giustizia, così che egli dipendeva in parte
anche da ciò che era in se stesso, perché noi dipendiamo da ciò
attraverso cui abbiamo il nostro bene, come anche da ciò da cui
l’abbiamo, e anche se la giustizia dell’uomo da cui allora dipendeva era
da Dio, tuttavia era la sua propria, era inerente a se stesso, così che
la sua dipendenza non era così immediatamente da Dio. Ma ora la
giustizia da cui noi dipendiamo non è in noi stessi, ma in Dio. Noi
siamo salvati attraverso la giustizia di Cristo: Egli è stato fatto
per noi giustizia, e quindi di lui è profetizzato, in Geremia 23:6:
"L'Eterno nostra giustizia". Dal momento che la giustizia per mezzo di
cui noi siamo giustificati è la giustizia di Cristo, è la giustizia di
Dio. 2 Corinzi 5:21: "Poiché egli ha fatto essere
peccato per noi colui che non ha conosciuto peccato, affinché noi
potessimo diventare giustizia di Dio in lui". Quindi nella redenzione
noi abbiamo non soltanto tutte le cose da Dio, ma per mezzo e attraverso
di lui, 1 Corinzi 8:6: "per noi c'è un solo Dio, il Padre dal quale sono
tutte le cose e noi in lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, per mezzo
del quale sono tutte le cose, e noi esistiamo per mezzo di lui."
Terzo, i redenti hanno tutto il loro bene in
Dio. Non solo l’abbiamo da lui, e per mezzo di lui, ma esso consiste
di lui stesso, egli è tutto il nostro bene. Il bene dei redenti è o
oggettivo o inerente. Per loro bene oggettivo intendo quell’oggetto
estrinseco, al di fuori di loro stessi, nel possesso e nel godimento del
quale essi sono felici. Il loro bene inerente è quell’eccellenza o
piacere che è nell’anima stessa. Per quanto riguarda entrambi, i redenti
hanno tutto il loro bene in Dio, o, che è dire lo stesso, Dio stesso è
tutto il loro bene.
1. I redenti hanno tutto il loro bene oggettivoin
Dio. Dio stesso è il grande bene di cui essi sono portati in
possesso e in godimento, mediante la redenzione. Egli è il
bene più alto, e la somma di tutto il bene che Cristo ha
acquistato. Dio è l’eredità dei santi; egli è la porzione
delle loro anime. Dio è la loro salute e il loro tesoro, il
loro cibo, la loro vita, la loro dimora, il loro ornamento e
diadema, ed il loro eterno onore e gloria. Essi non hanno
nessuno in cielo se non Dio; egli è il grande bene in cui i
redenti sono ricevuti alla morte, e a cui devono risorgere
alla fine del mondo.
Il Signore Dio è la luce della Gerusalemme celeste; ed è il
"fiume puro dell’acqua della vita" che scorre, e "l’albero
della vita che è in mezzo al paradiso di Dio." Le gloriose
eccellenze e la bellezza di Dio sarà ciò che diletterà le
menti dei santi, e l’amore di Dio sarà la loro gioia eterna.
I redenti godranno sicuramente di altre cose: degli angeli,
e di uno con l’altro, ma ciò di cui godranno negli angeli, o
in l’uno con l’altro, o in qualsiasi altra cosa che
procurerà loro diletto e felicità, sarà ciò che sarà visto
di Dio in tutte queste cose.
2. I redenti hanno tutto il loro bene inerente
in Dio. Il bene inerente è duplice: o è eccellenza o piacere. I redenti
non solo derivano questi da Dio, poiché causati da lui, ma li hanno in
lui. Essi hanno eccellenza spirituale e gioia per una sorta di
partecipazione di Dio. Essi sono resi eccellenti per una comunicazione
dell’eccellenza di Dio. Dio mette la sua propria bellezza, la sua
bellissima immagine, sulle loro anime."Essi sono resi partecipi della
santità di Dio" Ebrei 12:10. I santi sono bellissimi e benedetti per una
comunicazione della santità e della gioia di Dio, come la luna ed i
pianeti risplendono per la luce del sole che li irradia. In queste cose
i redenti hanno comunione con Dio; cioè, essi partecipano di lui con
lui. I santi hanno sia la loro eccellenza spirituale che la loro
benedizione attraverso il dono dello Spirito Santo, e il suo dimorare in
loro. Esse non soltanto sono causate dallo Spirito Santo, ma hanno in
lui il loro principio. Lo Spirito Santo, divenendo un abitatore, è un
principio vitale nell’anima. Egli, agendo in, su, e con l’anima, diviene
una fonte di vera santità e gioia, una fonte come d’acqua, attraverso
l’esercizio e la diffusione di se stesso. Giovanni 4:14: "ma chi beve
dell'acqua che io gli darò non avrà mai più sete in eterno; ma l'acqua
che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che zampilla in vita
eterna." Confrontato con il capitolo 7, versi 38-39: "Chi crede in me,
come ha detto la Scrittura, da dentro di lui sgorgheranno fiumi d'acqua
viva. Or egli disse questo dello Spirito, che avrebbero ricevuto coloro
che avrebbero creduto in lui." La somma di ciò che Cristo ci ha
acquistato è quella fonte d’acqua di cui si parla nel primo dei passi
riportati, e quei fiumi d’acqua viva di cui si parla nel secondo. E la
somma delle benedizioni che i redenti riceveranno in cielo, e quel fiume
dell’acqua della vita che procede dal trono di Dio e dell’Agnello
(Apocalisse 22:1), il quale senza dubbio è lo stesso di cui si parla in
Giovanni 7:38-39, e che altrove è chiamato "il fiume delle delizie di
Dio." In ciò consiste la pienezza del bene che i santi ricevono da
Cristo. E’ essendo partecipi dello Spirito Santo, che essi hanno
comunione con Cristo nella sua pienezza. Dio ha dato a lui lo Spirito
senza misura, ed essi ricevono dalla sua pienezza grazia su grazia.
Questa è la somma dell’eredità dei santi, e quindi
quel poco dello Spirito Santo [ciò che lo Spirito ci comunica di Dio]
che i credenti hanno in questo mondo, è detto essere la caparra della
loro eredità, 2 Corinzi 1:22: "il quale ci ha anche sigillati e ci ha
dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori." E al capitolo 5, verso
5: "Or colui che ci ha formati proprio per questo è Dio, il quale ci ha
anche dato la caparra dello Spirito." E, "siete stati sigillati con lo
Spirito Santo della promessa; il quale è la garanzia della nostra
eredità, in vista della piena redenzione dell'acquistata proprietà a
lode della sua gloria." Lo Spirito Santo e le cose buone sono equiparati
nella Scrittura; ciò che lo Spirito di Dio comunica all’anima comprende
tutte le cose buone, "quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà
cose buone a quelli che gliele domandano!" In Luca 11:13, il pasaggio
parallelo, è: "quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a
coloro che glielo chiedono!" Questa è la somma delle benedizioni che
Cristo morì per procurare, e il soggetto delle promesse del vangelo.
Galati 3:13,14: "essendo diventato maledizione per noi (poiché sta
scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»), affinché la
benedizione di Abrahamo pervenisse ai gentili in Cristo Gesù, perché noi
ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede." Lo Spirito di
Dio è la grande promessa del Padre, Luca 24:49: "Ed ecco, io mando su di
voi la promessa del Padre mio." Lo Spirito di Dio è quindi chiamato in
Efesini 1:13: "lo Spirito Santo della promessa." Cristo ricevette questa
cosa promessa, ed essa gli fu consegnata non appena ebbe finito l’opera
della nostra redenzione per donarla a tutti quelli che aveva redento:
"Egli dunque, essendo stato innalzato alla destra di Dio e avendo
ricevuto dal Padre la promessa dello Spirito Santo, ha sparso quello che
ora voi vedete e udite," Atti 2:33. Così tutta la santità e la felicità
dei redenti è in Dio. Essa è nelle comunicazioni, nel dimorare, e
nell’agire dello Spirito di Dio. La santità e la felicità è nel frutto,
qui e nell’aldilà, perché Dio dimora in loro, e loro in Dio.
Quindi Dio ci ha dato il Redentore, ed è per mezzo di
lui che è acquistato il nostro bene. Così Dio è il Redentore e il
prezzo; ed egli è anche il bene acquistato. Così tutto ciò che abbiamo è
da Dio, per mezzo di lui, ed in lui. "Poiché da lui, per mezzo di lui e
in vista di lui (o in lui) [eis] sono tutte le cose," Romani 11:36. La
stessa particella che nel greco è qui resa con "per, in vista di," è
resa con "in" in 1 Corinzi 8:6 ("per noi c'è un solo Dio, il Padre dal
quale sono tutte le cose e noi in [eis] lui").
II.Dio è glorificato nell’opera di redenzione
attraverso questi mezzi; essendoci una dipendenza così grande ed
universale dei redenti da lui.
1. L’uomo ha quindi una più grande occasione ed
obbligo di notare e riconoscere le perfezioni e la completa sufficienza
di Dio. Più grande è la dipendenza della creatura dalle perfezioni di
Dio, più esse gli riguarderanno, e tanto più grande è l’occasione che
egli ha di notarle. Quanto più stretta è la relazione che uno ha con e
la dipendenza dalla potenza e la grazia di Dio, tanto più grande è
l’occasione che egli ha di notare quella potenza e quella grazia. Quanto
più grande e più immediata dipendenza c’è dalla santità divina, tanto
più grande sarà l’occasione di considerarla e riconoscerla. Quanto più
grande e più assoluta sarà la dipendenza che abbiamo dalle perfezioni
divine, in quanto appartenenti alle varie persone della Trinità, tanto
più grande è l’occasione che noi abbiamo di osservare ed appropriarci
della gloria divina di ognuna di loro. Ciò con cui abbiamo molto a che
fare è sicuramente parecchio in vista da essere osservato e notato; e
questo tipo di relazione, di dipendenza, tende specialmente a dirigere e
ad obbligare l’attenzione e l’osservazione. Quelle cose da cui non siamo
molto dipendenti, sono facili da trascurare; ma possiamo fare ben poco
altro se non preoccuparci di ciò da cui abbiamo una grande dipendenza.
Per ragione di una nostra così grande dipendenza da Dio, e dalle sue
perfezioni, e per così tanti aspetti, lui è la sua gloria sono più
direttamente messi in vista, qualsiasi sia la direzione in cui volgiamo
i nostri occhi. Abbiamo la più grande occasione di notare la completa
sufficienza di Dio, quando tutta la nostra sufficienza è quindi la sua
in ogni modo. Abbiamo più occasione di contemplarlo come un bene
infinito, e come la fonte di tutto il bene. Una tale dipendenza da Dio
dimostra la sua completa sufficienza. Quanto più la dipendenza della
creatura è da Dio, tanto più grande appare in se stessa la vuotezza
della creatura; e quanto più profonda è la vuotezza della creatura,
tanto più grande deve essere la pienezza dell’Essere che vi sopperisce.
L’avere tutto da Dio, mostra la pienezza della sua potenza e
grazia; l’avere tutto per mezzo di lui, mostra la pienezza del
suo merito e dignità, e l’avere tutto in lui, dimostra la sua
pienezza e bellezza, amore e gioia. Ed i redenti, per ragione della
grandezza della loro dipendenza da Dio, hanno non solo una tanto più
grande occasione, ma anche obbligo di contemplare e riconoscere la
gloria e la pienezza di Dio. Quanto irragionevoli ed ingrati saremmo se
non riconoscessimo quella sufficienza e gloria da cui noi dipendiamo in
modo assoluto, immediato, ed universale!
2. Di qui è dimostrato quanto grande è la gloria di
Dio considerata comparativamente, o paragonata, a quella della creatura.
Poiché la creatura è quindi totalmente ed universalmente dipendente da
Dio, appare che essa è niente, e che Dio è tutto. Di qui appare che Dio
è infinitamente al di sopra di noi, che la forza di Dio, e la saggezza e
la santità, sono infinitamente più grandi delle nostre. Per quanto
grande e glorioso Dio viene appreso essere dalla creatura, tuttavia se
essa non è sensibile alla differenza tra Dio e lei, così da vedere che
la gloria di Dio è grande, paragonata con la sua propria, essa non sarà
disposta a dare a Dio la gloria dovuta al suo nome. Se la creatura,
sotto qualunque profilo, si pone ad un livello pari a quello di Dio, o
esalta se stessa ad una qualsiasi competizione con lui, per quanto possa
apprendere che a Dio appartengono grande onore e profondo rispetto
dovutegli da parte di chi è ad una grande distanza da lui, essa non sarà
così sensibile alla realtà che deve a lui il suo essere. Quanto più gli
uomini esaltano se stessi, di sicuro tanto meno saranno disposti ad
esaltare Dio. E’ certamente ciò a cui mira Dio nella disposizione delle
cose riguardanti la redenzione (se riteniamo le Scritture una
rivelazione della mente di Dio) affinché Dio appaia pieno, e l’uomo in
se stesso vuoto, affinché Dio appaia come tutto, e l’uomo niente. E’ il
dichiarato disegno di Dio che altri non si "glorino in sua presenza," il
che implica che è il suo disegno quello di promuovere, in paragone, la
sua propria gloria. Quanto più l’uomo "si gloria nella presenza di Dio,"
tanto meno la gloria è attribuita a Dio.
3. Essendo dunque così ordinato, cioè che la creatura
debba avere una così assoluta ed universale dipendenza da Dio, Dio ha
disposto che egli debba possedere le nostre intere anime, e che debba
essere l’oggetto del nostro indiviso rispetto. Se dipendessimo in parte
da Dio, ed in parte da qualcos’altro, il rispetto dell’uomo sarebbe
diviso tra quelle due differenti cose dalle quali dipende. Così sarebbe,
dunque, se noi dipendessimo da Dio solo per una parte del nostro bene, e
da noi stessi, o qualche altro essere, per un’altra parte. Oppure se noi
avessimo il nostro bene solo da Dio, ma per mezzo di un altro che non
sia Dio, e in qualcos’altro che non sia né l’uno né l’altro, i nostri
cuori sarebbero divisi tra il bene stesso, e colui dal quale, e
attraverso il quale, noi lo abbiamo ricevuto. Ma ora non c’è occasione
per questo, poiché Dio non solo è colui dal quale abbiamo tutto il bene,
ma anche colui per mezzo del quale lo abbiamo, ed anche quel bene
stesso, che da lui abbiamo. Così qualsiasi cosa debba attrarre il nostro
interesse, la tendenza è ancora direttamente verso Dio, e tutto trova
unione in lui come centro.
Applicazione
1. Possiamo qui osservare la meravigliosa sapienza di
Dio nell’opera di redenzione. Dio ha fatto della vuotezza e della
miseria dell’uomo, del suo basso, perduto e rovinoso stato, in cui era
sprofondato con la caduta, un’occasione per il più grande avanzamento
della sua propria gloria, come in altre maniere, così particolarmente in
questa, ossia che ora l’uomo dipende da Dio in un modo molto più
universale ed apparente. Anche se Dio si è compiaciuto di sollevare
l’uomo da quel desolante abisso di peccato ed afflizione in cui era
caduto, e di esaltarlo in eccellenza ed onore in maniera straordinaria,
e ad un alto livello di gloria e di benedizione, tuttavia la creatura
non ha niente, sotto qualunque aspetto, di cui gloriarsi; tutta la
gloria appartiene in modo evidente a Dio, tutto è in una vera, e più
assoluta, e divina dipendenza dal Padre, dal Figlio, e dallo Spirito
Santo. Dunque Dio appare nell’opera di redenzione come tutto in tutti.
E’ opportuno che colui che è, e oltre al quale non c’è nessun altro,
debba essere l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il tutto ed il solo,
in quest’ opera.
2. Per tali ragioni, quelle dottrine e schemi
teologici che, sotto qualsiasi profilo, si oppongono ad una tale
assoluta ed universale dipendenza da Dio, sminuiscono la sua gloria, e
distorcono il disegno della nostra redenzione. E tali sono quegli schemi
che pongono la creatura al posto di Dio, in qualsiasi dei menzionati
aspetti, che esaltano l’uomo al posto del Padre, del Figlio, o dello
Spirito Santo, per qualsiasi cosa che pertiene alla nostra redenzione.
Per quanto essi possano ammettere una dipendenza dei
redenti da Dio, tuttavia essi negano una dipendenza che è così assoluta
ed universale. Essi ammettono un’intera dipendenza da Dio per
alcune cose, ma non per altre; essi ammettono la nostra
dipendenza da Dio per il dono e l’accettazione da parte di Dio di un
Redentore, ma negano una tale assoluta dipendenza da lui per ottenere un
interesse nel Redentore. Essi ammettono un’assoluta dipendenza
dal Padre per quanto concerne il dare suo Figlio, e dal Figlio per
compiere la redenzione, ma non una così intera dipendenza dallo Spirito
Santo per la conversione, e per essere in Cristo, e così giungere
ad essere in grado di ricevere i suoi benefici. Essi ammettono una
dipendenza da Dio per quanto riguarda i mezzi della grazia, ma
non per il beneficio e il successo di quei mezzi in modo assoluto; una
parziale dipendenza dalla potenza di Dio, per ottenere ed esercitare la
santità, ma non una mera dipendenza dall’arbitraria e sovrana grazia di
Dio. Essi ammettono una dipendenza dalla libera grazia di Dio per una
ricezione nel suo favore, fino al punto che ciò non è per alcun merito,
ma non per quanto riguarda l’essere ricevuti nel suo favore perché si è
attratti e mossi senza alcun eccellenza in se stessi. Essi ammettono una
parziale dipendenza da Cristo, come da colui dal quale abbiamo vita, e
colui che ha acquistato nuove condizioni per avere la vita, ma ritengono
ancora che quella giustizia per cui abbiamo la vita è inerente a noi
stessi, come sotto il primo patto. Ora qualsiasi schema è incoerente con
quello della nostraintera dipendenza da Dio per ogni cosa, per avere tutto da lui, per mezzo di
lui, ed in lui, è ripugnante al disegno ed al tenore del vangelo, e lo
deruba (lo priva, lo spoglia) di ciò a cui Dio attribuisce il suo
splendore e la sua gloria.
3. Di qui possiamo apprendere uno dei motivi per cui
la fede è ciò atraverso cui noi giungiamo ad acquisire interesse in
questa redenzione; perché nella natura della fede è incluso un sensibile
riconoscimento di assoluta dipendenza da Dio in quest’affare. E’
molto giusto che debba essere richiesto, da parte di tutti, perché
ricevano il beneficio di questa redenzione, l’essere sensibili verso, e
il riconoscere la loro dipendenza da Dio per essa. La fede è una
sensibilità di ciò che è reale nell’opera della redenzione, e l’anima
che crede dipende interamente da Dio per l’intera sua salvezza,
considerandola nel senso più profondo, e nel suo compimento. La fede
abbassa l’uomo, ed esalta Dio; dà tutta la gloria della redenzione a lui
solo. E’ necessario, per la fede salvifica, che l’uomo sia svuotato di
se stesso, e sia sensibile al fatto che egli è "disgraziato, miserabile,
povero, cieco e nudo." L’umiltà è un grande ingrediente della vera fede:
colui che davvero riceve la redenzione, la riceve come un piccolo
bambino: "In verità vi dico che chiunque non riceve il regno di Dio come
un piccolo fanciullo, non entrerà in esso," Marco 10:15. E’ il diletto
di un’anima credente quello di abbassare se stessa ed esaltare Dio solo:
questo è il suo linguaggio: "Non a noi, o Eterno, non a noi ma al tuo
nome dà gloria," Salmo 115:1.
4. Siamo esortati ad esaltare Dio solo, e ad
attribuire a lui tutta la gloria della redenzione. Sforziamoci di
ottenere e di aumentare la sensibilità verso la nostra grande dipendenza
da Dio, di avere i nostri occhi su lui solo, di mortificare una
disposizione di auto-dipendenza ed auto-giustizia. L’uomo è per natura
estremamente incline ad esaltare se stesso, e a dipendere dalla sua
propria potenza o bontà, come se anche da se stesso debba aspettarsi la
felicità. Egli è proclive a ricercare godimenti estranei a Dio ed al suo
Spirito, per quanto riguarda ciò in cui debba trovare la sua felicità.
Ma questa dottrina dovrebbe insegnarci ad esaltare Dio solo: sia
confidando ed appoggiandoci su di lui, che lodandolo. "«Chi si gloria,
si glori nel Signore»." Ha qualcuno una qualche speranza di essere
convertito, e santificato, e che la sua mente è dotata di vera
eccellenza e bellezza spirituale? Che i suoi peccati sono perdonati, ed
è ricevuto nel favore di Dio, ed elevato nell’amore e alla benedizione
di essere suo figlio ed erede della vita eterna? Dia a Dio tutta la
gloria, perché solo lui lo fa differire dal peggiore degli uomini di
questo mondo, o dal più miserabile dei dannati all’inferno. Se un uomo
ha molto conforto e una forte speranza di vita eterna, che la sua
speranza non lo porti ad innalzarsi, ma lo disponga ad abbassare se
stesso, e ad esaltare Dio solo. E’ qualcuno eminente in santità, ed
abbondante in buone opere? Che egli non si prenda niente della gloria di
ciò per se stesso, ma la attribuisca a colui del quale "siamo opera,
creati in Cristo Gesù per fare le buone opere da lui precedentemente
preparate afinchè camminassimo in esse," Efesini 2:9-10.
di Jonathan Edwards
"Sii innalzato al di sopra dei cieli, o DIO; risplenda la tua gloria su tutta la terra."
Qualcuno ha osservato che è assolutamente stupefacente che Dio ancora voglia essere ben disposto verso un mondo che in realtà Lo nega, Lo odia, Lo disprezza, Lo fraintende, Lo sfigura; che Dio, nonostante tutto, ancora voglia far risuonare il messaggio del Suo evangelo, un messaggio di grazia e di amore, un'opportunità di umano riscatto. Ed è ancora più stupefacente che Dio vada ben oltre a tutto questo e di fatto applichi quell'evangelo ad innumerevoli persone in modo da ricuperarle a Sé e trasformarle.
Possiamo paragonare quello che Dio si propone con l'annuncio dell'evangelo come ad un'instancabile azione di recupero di un'umanità che agli occhi dei più realisti pare davvero irrecuperabile, irreparabilmente perduta.
Se essere pazienti è una virtù di pochi, se già la pazienza di Giobbe è proverbiale, ancora più grande è quella di Dio verso di noi. Dice una bella espressione della Bibbia: Dio "è paziente con voi, perché vuole che nessuno di voi si perda, e che tutti abbiate la possibilità di cambiare vita", di giungere cioè al ravvedimento, alla conversione, affidando voi stessi consapevolmente al Salvatore Gesù Cristo.
L'apostolo Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, così si esprime: "A chi non opera ma crede in colui che giustifica l'empio, la sua fede è messa in conto come giustizia" (Romani 4:5).
Desidero soffermare la vostra attenzione sulle parole "Colui che giustifica l'empio". Non sono meravigliose? La parola "empio" si riferisce a tutti coloro che manifestano irriverenza ed avversione verso ciò che è pio e santo. Non vi sorprende il fatto che nella Bibbia si trovi un'espressione del genere? Chi non crede nella dottrina della croce, accusa Dio di occuparsi dei malvagi e di chiamare a Sé i più vili ed i meno meritevoli. Ebbene, la Scrittura accetta questa accusa e lo dichiara apertamente! Per bocca del Suo servitore Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, Dio si accolla il titolo di "Colui che giustifica l'empio".
Egli rende giusti coloro che sono ingiusti, perdona quanti meritano di essere puniti e va incontro a coloro che bisognerebbe rigettare. È fin troppo ovvio pensare che la salvezza sia riservata ai buoni, che la grazia di Dio sia per i puri, per le persone sante, per quanti sono liberi dal peccato. Forse, ti è balenata nella mente l'ipotesi che se tu fossi perfetto Dio ti premierebbe, e hai pensato che, siccome non sei degno, non potrai mai avere la possibilità di godere del Suo favore. Sarai, quindi, sorpreso nel leggere un'affermazione del genere: "Colui che giustifica l'empio". Non mi meraviglio che tu sia sorpreso, poiché, malgrado tutta la mia familiarità con la grazia di Dio, non cessa mai di stupirmi. Non è sorprendente che un Dio santo possa giustificare una persona tutt'altro che santa?
Parliamo spesso della nostra bontà e di ciò che meritiamo; probabilmente pensiamo di avere qualcosa di particolare in grado di attirare l'attenzione di Dio. Ma Dio che vede al di là di ogni apparenza, sa che in noi non c'è assolutamente nulla di buono. Egli afferma che "Non c'è giusto, neppure uno". Egli sa che tutta la nostra giustizia è come "un abito sporco" e, quindi, il Signore Gesù non è venuto nel mondo per cercare la bontà e la giustizia, ma per portare bontà e giustizia e riversarla su persone che non ne hanno affatto. Egli viene non perché siamo giusti, ma per renderci tali.
Nessuno di noi è privo di peccato, ma la bibbia dice: è per la grazia che abbiamo giustificazione; e la grazia è un favore immeritato e non possiamo fare nulla per guadagnarlo.
Luca 4-18/19 "«Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato per guarire quelli che hanno il cuore rotto, per proclamare la liberazione ai prigionieri e il recupero della vista ai ciechi, per rimettere in libertà gli oppressi, e per predicare l'anno accettevole del Signore». "Nell’Antico Testamento l’anno accettevole era Gesù e non era morto, infatti Egli, rappresentava il giubileo, l’anno del riscatto. Il giubileo veniva ogni cinquant’anni e chiunque aveva perso tutto, gli veniva ridata ogni cosa, erano riscattati dei loro beni.
La parola “giustificazione” significa: fare diventare legittimo ciò che prima non lo era. Noi non avevamo nessun diritto; nell’A. T. c’era la tenda di convegno, divisa in luogo santo e luogo santissimo, dove poteva entrarvi una volta l’anno solo il sacerdote, il quale faceva l’espiazione per i suoi peccati e per quelli del popolo, ma oggi noi possiamo entrare direttamente nel luogo santissimo, attraverso la morte e risurrezione di Gesù; siamo stati giustificati, e non dobbiamo portare il peso del peccato.
Cosa ha prodotto la giustificazione:
1. Perdono dai peccati. Luca 7-36/48: 36 "Or uno dei farisei lo invitò a mangiare con lui; ed egli, entrato in casa del fariseo, si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna della città, che era una peccatrice, saputo che egli era a tavola in casa del fariseo, portò un vaso di alabastro pieno di olio profumato. 38 E, stando ai suoi piedi, di dietro, piangendo, cominciò a bagnargli di lacrime i piedi e ad asciugarli con i capelli del suo capo; e glieli baciava e li ungeva con l'olio profumato. 39 Al vedere questo, il fariseo che lo aveva invitato disse fra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e quale genere di persona è la donna che lo tocca, perché è una peccatrice». 40 E Gesù, rispondendo, gli disse: «Simone, ho qualche cosa da dirti». Ed egli disse: «Maestro, di' pure». 41 E Gesù gli disse: «Un creditore aveva due debitori; l'uno gli doveva cinquecento denari e l'altro cinquanta. 42 Non avendo essi di che pagare, egli condonò il debito ad entrambi. Secondo te, chi di loro lo amerà di più?». 43 E Simone, rispondendo, disse: «Suppongo sia colui, al quale egli ha condonato di più». E Gesù gli disse: «Hai giudicato giustamente». 44 Poi, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Io sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato dell'acqua per lavare i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i capelli del suo capo. 45 Tu non mi hai dato neppure un bacio; ma lei da quando sono entrato, non ha smesso di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai unto il capo di olio; ma lei, ha unto i miei piedi di olio profumato. 47 Perciò ti dico che i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato; ma colui al quale poco è perdonato, poco ama». 48 Poi disse a lei: «I tuoi peccati ti sono perdonati»." Anche noi a volte facciamo l’errore di guardare le persone dall’alto verso il basso, ma non dimentichiamo che eravamo dei peccatori. Gesù vede il gesto di quella donna, la quale era molto peccatrice, in piedi dietro Gesù piangeva straziata dal peccato; incurante della sua condizione di peccatrice, Gesù vedeva il grande amore di questa donna, ma contestualmente vedeva il poco amore del fariseo, però Gesù ha pagato per giustificare entrambi. Il peccato ti condanna, ma la bibbia dice in Romani 8-1/2: "1 Ora dunque non vi è alcuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù, i quali non camminano secondo la carne ma secondo lo Spirito, 2 perché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte."
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